A Ripoli, frazione del Comune di San Benedetto Val di Sambro, se vieni da fuori non passi inosservato. Un centinaio di case, un bar, un negozio di alimentari, una chiesa. Il paese è tutto qui, stretto tra il viadotto dell'A1, a monte, e la ferrovia che costeggia la provinciale, a valle. Chi abita qui è abituato a una vita essenziale, fatta di lavoro e pochi svaghi.
Alle prime domande, gli abitanti appaiono diffidenti: hanno bisogno di un po' di tempo per capire se possono fidarsi di chi gli sta di fronte. Poi, una volta conquistati, ti raccontano la loro storia senza troppi timori.
I PRIMI MOVIMENTI
La Variante di Valico è un’opera strategica per il collegamento tra nord e sud della Penisola. Il progetto prevede il completamento entro il 2013 e, secondo la società Autostrade garantirà notevoli vantaggi in termini di alleggerimento del traffico, risparmio di carburante e diminuzione degli incidenti.
Oggi, molti tratti di questa nuova strada sono già percorribili, mentre devono essere ancora ultimati i lotti che comprendono le gallerie Val di Sambro e Sparvo. Il tempo stringe e TMB, la fresa più grande d'Europa, sta lavorando alacremente, con ritmi di scavo che arrivano a toccare i 10 metri al giorno per ultimare almeno la galleria Sparvo entro i termini prestabiliti.
“I lavori della variante di valico sono iniziati nel 2001 a livello di Sasso Marconi” ci spiega Dino Ricci, geometra in pensione e presidente del comitato dei cittadini di Ripoli “sono poi proseguiti verso sud e, nel 2003, sono partiti gli scavi della galleria di base tra Badia e la Toscana.
Hanno volutamente cominciato in quelle zone, perché più facili. Io, da tecnico, avrei completato prima le zone più difficili dove ci vuole più tempo”. Invece, a scavare la galleria Val di Sambro nella montagna sotto Ripoli hanno iniziato solo nel 2006.
“Questo è un progetto sbagliato soprattutto perché non sufficientemente indagato al livello geologico – continua Ricci – nella zona di Ripoli, che è riconosciuta come interessata da una frana profonda e quiescente, non è stato fatto nemmeno un carotaggio”.
Ricci parla circondato dalle sue mappe e dai documenti raccolti in anni e anni di battaglie. Lui questa zona la conosce bene, perché ci ha lavorato come direttore di cantiere per Italstrade. “Sono venuto a Ripoli nel 1957, quando si stava costruendo l'Autostrada del Sole. Facevo il topografo, quello che pianta i picchetti. Non riuscivo mai a tenerli fermi, allora non sapevo bene cosa significasse ma l'ho capito dopo perché qui ci ho lavorato per anni”.
Il progetto dell'intera opera risale agli anni Ottanta, ed è rimasto sempre lo stesso. Nessun aggiornamento, nessuna variazione. “Avrebbero potuto trovare un tracciato alternativo: sarebbe stato più impegnativo dal punto di vista esecutivo e hanno preferito lasciare le cose così come stavano”.
I problemi alle case sono iniziati da subito. Man mano che la galleria avanzava, comparivano le lesioni nei muri.
Ca' Facchini, Ca' Benassi, Ca' Simone, Scaramuzza: ormai le case evacuate sono una quindicina. “Questo accade perché la montagna non è fatta di roccia compatta ma di materiale incoerente” continua Ricci. “E' come quando da bambini si cerca di scavare sotto una montagna di sabbia appena umida: all'inizio si riesce facilmente ma poi, arrivati a un certo punto, la galleria crolla perché il materiale non ha portanza. Qui è ancora peggio, perché la montagna è completamente asciutta e il materiale sovrastante crea una spinta obliqua che tende a far scivolare tutto verso valle”.
I rilievi dell'Osservatorio Ambientale della Variante che ci mostra Ricci parlano chiaro. In soli sette mesi, dal giugno 2011 al gennaio 2012, le case si sono spostate tutte insieme, come delle zattere su una corrente: si abbassano e scivolano lentamente verso valle.
LE FERITE DI SANTA MARIA MADDALENA
Tra gli edifici interessati dal movimento franoso ci sono anche la chiesa di Santa Maria Maddalena e le case attorno. Don Marco Baroncini, parroco di Ripoli, ci mostra le varie lesioni all'interno della chiesa. Alcune sono passanti ed è possibile vedere l'esterno trovandosi all'interno dell'edificio.
“A metà del gennaio 2011 ho cominciato a percepire che qualcosa non andava. Qualche crepa di cui una, in particolare, scoppiata all'improvviso. Allora ho deciso di scrivere ad Autostrade, al comune e alla sovrintendenza. I tecnici sono arrivati in qualità di testimoniali di stato, ovvero per certificare lo stato di un edificio prima dei lavori. Lo scopo era chiaramente quello di far passare la situazione come pregressa, non riconducibile direttamente agli scavi. Hanno citato anche un terremoto avvenuto nel 2003. La sovrintendenza, invece, ha affermato che le lesioni sono giovani e ha imposto di monitorare la situazione”.
La chiesa, infatti, risale al 1281 e la Sovrintendenza ai Beni architettonici e paesaggistici di Bologna viglia su ciò che sta accadendo e all'inizio di Aprile ha depositato una denuncia alla Procura di Bologna per un possibile disastro artistico. In realtà la Procura ha già avviato da diversi mesi un'inchiesta per disastro ambientale, seguita dalla pm Morena Plazzi.
“Sicuramente per i cittadini la chiesa di Santa Maria Maddalena ha assunto un valore simbolico molto forte” continua Don Mario. “E' un simbolo di comunità ma è diventata anche un punto di riferimento perché si è inserita in un vuoto lasciato dalle istituzioni politiche a tutti i livelli, dal più piccolo al più grande”.
Anche l'ufficio tecnico della regione Emilia Romagna sembra dar ragione ai cittadini, tanto che lo scorso febbraio ha aggiornato le mappe geologiche della zona dichiarando ufficialmente che la frana di Ripoli è attiva. Non solo. In un recente rapporto divulgato alla fine di marzo, viene detto espressamente che i movimenti del terreno sembrano essersi velocizzati e che l'area della frana si sta allargando, tanto da interessare almeno uno dei piloni della vecchia autostrada: secondo i rilievi si sarebbe già spostato di un centimetro. Una situazione potenzialmente disastrosa.
L'INCERTEZZA E L'ABBANDONO
Quello che si percepisce è un senso di sconforto e desolazione. I cittadini, impotenti, assistono allo scempio del paese in cui vivono. Mario Degli Esposti abita con sua moglie in uno degli edifici vicino alla chiesa. “Questa casa qui l'abbiamo fatta piano piano: sa', io ero operaio e mia moglie anche. Quando si è sposato mio figlio, nel 1992, gli abbiamo lasciato la casa a Bologna e siamo venuti qui”. Mentre ci mostra le crepe della casa, Mario si commuove. Rimaniamo all'esterno perché la moglie, da quando è iniziata la storia degli sgombri, non sta bene e non gli va di ricevere estranei.
“Autostrade sostiene che non c'è pericolo, ma qui pian piano vanno via tutti. Noi siamo rimasti soli. Quando saranno finite le gallerie loro pensano di venire con un po' di stucco e tappare le crepe: invece, una casa come questa non ha più valore. Io ho 82 anni, quando si è anziani le cose si mandano giù male”.
Ma anche i giovani, quelli che a Ripoli sono nati e cresciuti, non se la passano bene. Stella, a 25 anni è dovuta andare via abbandonando, almeno per adesso, il suo progetto di vita. “A me spiace molto. Io qui avevo tutte le mie cose: la mia famiglia, i miei alberi, gli animali. Quella lì è la mia casa, l'ha fatta mio padre che faceva il muratore”. Stella ci indica un edificio separato da quello in cui ci troviamo da un cortile ricoperto di ghiaia. “Ora sono a Marzabotto. Ho l'affitto pagato con contratti che vanno di sei mesi in sei mesi”. Niente progetti per il futuro, quindi. “Io mi aspetto che qualcuno ci dica qualcosa. Che dicano vi diamo un tot di tutto e andate a vivere da un'altra parte. Ma invece non si sa niente. Niente da nessuno.”
Anche Bianca, la mamma di Stella è della stessa opinione. “E poi i danni non sono solo materiali. La gente mette in casa le proprie cose, si organizza la vita poi arriva qualcuno e... all'improvviso se ne deve andare. Non c'è più nessuno che tuteli i poveretti.”
Anche Stefania che abitava nella sua casa nella canonica della chiesa è dovuta andare via dall'oggi al domani. “Abbiamo iniziato a sentire degli scricchiolii. Dal sopralluogo dei tecnici è venuto fuori che i travi del tetto si sono sfilati. La casa non è più agibile e sono andata via con un'ordinanza di sgombro immediato che, tra l'altro riportava come causa presunta dei danni la neve di pochi mesi prima. Io non ho firmato”. Stefania abitava qui con il marito e la figlioletta di sei anni. “Ci hanno detto che tra un paio d'anni, quando saranno ultimati i lavori sistemeranno tutto e potremmo rientrare nelle nostre case. Ma chissà quando e se questo accadrà”.
In tutta questa situazione, ciò che colpisce è l'assoluta mancanza di risposte da parte della direzione dei lavori e delle istituzioni locali. Da una parte, si nega ogni eventualità di rischio, anche di fronte a danni evidenti e ripetuti sgombri. E si continua a tacere sull'eventualità di indennizzi e risarcimenti da parte di Autostrade e assicurazioni. Dall'altra parte i cittadini di Ripoli continuano a vedere le crepe in casa e non si fidano.
Come Rosella e Giorgio che hanno una delle case più lesionate che abbiamo visto. Ci sono fessurazioni dappertutto, più o meno larghe. Una crepa, in particolare, corre lungo tutto il pavimento del garage, prosegue sulle pareti e continua sul lato della casa. “I tecnici hanno detto che era colpa nostra, che i lavori di ristrutturazione erano stati fatti male” racconta Giorgio. “Noi di Ripoli dobbiamo sentirci in colpa perché secondo loro abbiamo costruito male le case. E' una vergogna”.
Anche Rosella e Giorgio lamentano che lo stato di consistenza della casa è stato fatto dopo la loro segnalazione di lesioni alla struttura, cioè dopo che è passata la galleria. “La ditta (CMB ndr) sostiene che non si muove niente. C'è da crederci?”
Sono entrambi scettici sulla dichiarazione di Gennarino Tozzi, condirettore generale sviluppo rete di Autostrade per l' Italia quando afferma: «E' tutto sotto controllo e gli abitanti di Ripoli possono stare tranquilli». Potremmo credergli, ma viviamo in un paese dove molte volte, troppe, si è negata l'evidenza. Con risultati talmente drammatici che ancora oggi ne sentiamo il peso.
Testi di Tullia Costa, foto e video di Alessandro Vincenzi